Un divertente e costruttivo dialogo su Architettura e Teatro
Un divertente e costruttivo dialogo su Architettura e Teatro
Per un pragmatica immaginazione
Per un errore tecnico è “saltata” la domanda di apertura della bella intervista che Ottavia Piccolo ci ha concesso mercoledì 16 luglio e che è stata pubblicata sul numero del Quotidiano in uscita oggi. Il testo che segue è l’intervista integrale, compreso naturalmente il quesito mancante. Con le nostre scuse più sentite.
I giovani che si occupano di Teatro sembrano non essere più interessati a mestieri che richiedono dei saperi tecnici consolidati, la figura del costumista ad esempio sembra stia via via sparendo. Cosa ne pensa?
Per il cinema e per la televisione non esiste quasi più il ruolo del costumista. Ora è semplicemente un assemblatore di abiti sponsorizzati. Mi ricordo un film ambientato a Venezia intitolato La Cosa Buffa (tratto da un romanzo di Giuseppe Berto) in cui il bravissimo costumista aveva fatto per me e per tutti gli altri attori dei costumi inventati specificatamente per noi che interpretavamo quei determinati personaggi. Invece adesso molto spesso è una lotta perché, anche se io faccio poco cinema e poca televisione, l’attore, con regista e costumista, devono andare a cercare fra gli abiti forniti dagli sponsor quelli che si avvicinano di più all’idea che lui ha del personaggio. Non c’è qualcuno che ha come compito quello di decidere queste cose cercando di capire davvero chi sono il personaggio e l’attore che lo interpreta. Questo vuol dire fare i costumi, non è solo una questione di mettere bene insieme i colori (è anche questo, certo): è lavorare con lo scenografo, con il regista, con l’attore e raccontare il personaggio.
In effetti, come considerare l’architettura senza pensare alle persone che la abitano? Come considerare un teatro come una scatola all’interno della quale inserire una scenografia e dei costumi.
Senza pensare a “chi ci sta dentro” e soprattutto a cosa si vuole dire? Vedo che i discorsi sono sempre uguali, che questo vale anche per l’architettura. Se io penso all’architettura come fruitrice, alle volte mi capita di dire «Bello questo edificio! Mi piace, mi si confà dal punto di vista estetico, perché le linee, i vuoti e i pieni…eccetera. Ma assolve al compito per cui è stato fatto? E’ funzionale?» Mi capita molto spesso di frequentare dei luoghi, dei teatri, che spessissimo sono stati pensati da persone che non sanno cosa succede su un palcoscenico. Potrei raccontare storie “meravigliose” di palcoscenici fatti con il parquet, su cui poi ti dicono che non puoi piantare i chiodi altrimenti si rovina, o di palcoscenici a cui manca la porta di raccordo con la platea. C’è un teatro, tra l’altro molto bello, che è stato ristrutturato da un architetto il quale ha poi confessato di non essere mai stato a teatro. Costui ha disegnato il palcoscenico come si immaginava dovesse essere: tutto a stucchi rosa e celeste, con le maschere classiche della commedia e della tragedia. Poi gli è stato detto che quelle cose non si vedranno durante le rappresentazioni, perché è raro che il palcoscenico si usi vuoto (e se lo si usa vuoto lo si vuole tale, non come fosse una finta scenografia). Ecco, quindi ne potrei raccontare tante. Mi capita di vedere dei begli oggetti architettonici che poi però non sono funzionali. Sono stata in un albergo megagalattico pieno di mobili di alto design, il problema è che si trovava in una città del sud Italia dove c’è un caldo inimmaginabile: le finestre, enormi, non avevano nessun tipo di schermatura, se non una quasi inutile tenda interna. Si moriva dal caldo, quindi l’aria condizionata era accesa tutto il giorno. In più l’arredamento e le pareti della hall erano neri, ragion per cui bisognava tenere costantemente le luci accese per vedere qualcosa o per leggere il giornale.
Tutto questo per dire che anche noi che non ci intendiamo di architettura siamo fruitori di questi oggetti e spesso capiamo che sono addirittura contro l’uso che se ne deve fare. Ho buone speranze, perché qui vedo tanti bellissimi giovani che lavorano in maniera molto concreta. Spero che capiscano subito a che cosa serve l’architettura: una casa serve per abitarci, un teatro per farci spettacolo, un ospedale per curare i malati. L’involucro ovviamente è importante, ma la sostanza, ciò che ci sta dentro, è fondamentale. È vero che la forma è anche sostanza, però…
Quindi ritiene interessante quello che si sta facendo a questo workshop?
Moltissimo. Sono venuta anche gli anni scorsi e ho visto delle cose interessantissime, senza avere purtroppo il tempo di studiarle e capirle. Mi capita di vedere gruppi che lavorano in un luogo che io conosco, e allora mi piace potermi rendere conto concretamente di cosa consiste il loro intervento. Intanto mi piace che ci siano milleseicento giovani che lavorano, considerando che ci lamentiamo sempre del fatto che i giovani non vogliono fare niente. Finalmente vedo delle persone che lavorano, posso rincuorarmi del fatto che esistano ancora e che magari il resto è solo cattiva pubblicità. È come se le persone fossero incasellate per generazioni. Ma in realtà ci sono lavativi in ogni categoria d’età! Qui vedo professori, architetti importanti, gente che ha voglia di mettersi in gioco, di non limitarsi a far vedere quanto è brava e quante cose belle ha fatto fin’ora, ma che si mette a disposizione dei giovani, anche “rubando” da loro (come è giusto che sia).
Forse mi sembra che la città non se ne occupi abbastanza… una cosa come questa dovrebbe essere un fiore all’occhiello per Venezia. È un meccanismo virtuoso che non solo mostra come funzioni l’università, ma fa anche vedere che ci sono persone che hanno voglia di sperimentare e vedere a quali risultati si può arrivare.
Una domanda sulla sua professione…parlando di ambienti stimolanti: lei ha deciso di fare più teatro che cinema, è perché è più stimolante come ambiente?
I casi della vita fanno si che uno diriga i suoi interessi da una parte piuttosto che da un’altra. Le proposte che mi sono arrivate dal cinema e dalla televisione erano poco gratificanti. Lavoro da molti anni, mi sono costruita una mia credibilità ed una mia forza (anche contrattuale) e in teatro posso decidere io che cosa fare, mentre in cinema o tv devo aspettare che mi propongano qualcosa che mi piace, e non mi piace quasi niente. In questa nostra società dell’immagine se non compari in televisione non esisti. La gente spesso crede che io non lavori più. Ogni tanto devo per forza fare un po’ di televisione. Vado ospite, vado a farmi vedere e a dire che sto lavorando in teatro!
Conferenza di Joseph Rykwer
Rykwert è uno storico di fama internazionale. A Venezia il suo arrivo era molto atteso. L’aula B era in fermento al punto da generare qualche “piccola polemica” contro professore prima e studenti poi. La conferenza in auditorium si è svolta in un clima raccolto: il numero ristretto di partecipanti (perlopiù studenti australiani) ha fatto in modo che si respirasse un’atmosfera… intima.
Pensieri e parole sul workshop di Dustin Tusnovics
La collaborazione fra studenti iscritti alle facoltà: di Architettura e Design e Arti, comincia a dare i suoi frutti … Tra una intervista e l’altra, all’interno della redazione del quotidiano c’è lo spazio per una nuova storia d’amore, i protagonisti sono Enrico e Elena, vi informeremo sugli sviluppi futuri.
NO COMMENT… NUOVE FORME DI ARCHITETTURA TRANSGENDERISTA
Luglio 17, 2008 di laboratorio09Cosa non si fa pur di esser fotografati
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