Cecchetto
Alberto Cecchetto, nasce a Venezia dove si laurea in Architettura. Dal 1976 insegna Progettazione Urbana presso la Facoltà di Architettura di Venezia. Dal 1976 ha studio a Venezia.
Dal 1980 insegna, tiene conferenze e laboratori di progettazione in varie sedi universitarie italiane, europee e negli USA.
Con scritti e ricerche esplora i temi della complessità urbana e il loro inserimento nel paesaggio.
Tra i progetti sono da ricordare, le Cantine di Mezzocorona, la Mensa Universitaria di Trento, il complesso espositivo Modacenter a Treviso in corso di costruzione, il quartiere residenziale “Marangoni” a Rovereto (TN), la palestra polifunzionale ed il parco della letteratura a Pieve di Soligo (TV) ed il centro direzionale Area ex Agip a Marghera (VE).
Ha redatto piani e progetti urbani per varie città italiane, tra i quali il piano regolatore per il Comune di Assisi, il piano del centro urbano di Trieste e il piano regolatore di Porto Vecchio a Trieste e il piano attuativo della Fascia Lago di Riva del Garda.Vince numerosi concorsi nazionali e internazionali tra i quali il nuovo Terminal di Fusina, il Centro Congressi e l’Auditorium di Padova.
Suoi progetti sono pubblicati ed esposti in varie mostre, tra le quali la Triennale di Milano, “Cuore mostra” del SAIE di Bologna, “Abitare il moderno” a Roma.
Nel 1989 riceve il Premio Internazionale di Architettura Andrea Palladio.
Espone alle Biennali di Architettura di Venezia del 1994,1996, 2001 e 2004.
INFRA
Alberto Cecchetto
Collaboratori: Greta Brugnoli, Andrea Ferialdi, Enrico Friselle
Per fare un’architettura significativa e sperimentale è necessario andare a fondo delle cose.
Lavorare per solchi profondi che entrano all’interno di questioni che, spesso, ci appaiono marginali. Esplorando relazioni complesse, spesso inconsuete ed innovative, che si instaurano tra i diversi materiali del progetto. Generando, così, nella dialettica tra gli opposti, nuovi e diversi domini figurativi. Le architetture più interessanti ed innovative sono quelle che sanno lavorare tra le cose, che si mettono in mezzo. Le INFRARCHITETTURE, che ravvivano i luoghi comuni del progetto stando tra le cose. Architetture che non si mostrano solo come eventi autoreferenziali, ma dialogano tra dentro e fuori, tra sopra e sotto, tra luce e buio, tra sole e ombra, tra lucido e opaco, tra materiali liquidi e materiali solidi.
Il tema
Propongo, quindi, di lavorare su tre temi contemporaneamente.
Tre temi che sviluppano ognuno una dicotomia: luce e ombra, dentro e fuori, liquido e solido.
Ogni gruppo di studenti dovrà esplorare, attraverso plastici, immagini e schemi, delle INFRARCHITETTURE che contengano al loro interno, in modo semplice, sperimentale e, speriamo, innovativo, queste tre dicotomie.
Luce e ombra
È un tema apparentemente ovvio per l’architettura, ma è talmente ricco di possibilità che vale la pena esplorarlo a fondo. Si tratta di costruire degli spazi, interni ed esterni, uno spazio INFRA in grado di amplificare la dicotomia luce e ombra. Fondamentali i plastici e le foto degli stessi in varie condizioni di luce.
Dentro e fuori
È un tema, anch’esso, presente in qualsiasi progetto architettonico, ricco di ambiguità e di possibili soluzioni innovative. Agli studenti è chiesto di mostrare, in modo esplicito e cosciente, uno spazio in grado di far dialogare i due domini spaziali del dentro (interno) e fuori (esterno) concependo il progetto come un modo sperimentale di far assorbire, sviluppandoli anche in soluzioni imprevedibili, i caratteri e gli elementi del luogo e del contesto.
Liquido e solido
È un omaggio a Venezia e a tutte le architetture che incorporano l’acqua come materiale fondativo del progetto. Allo studente è chiesto di far dialogare il materiale liquido con quello solido, in modo da sviluppare potenzialità che ognuno di questi elementi, da solo, non possiede.
Il metodo
L’esperienza progettuale di un workshop forma un’attitudine particolare: pensare e lavorare velocemente, sviluppando capacità intuitive che ci consentono di dire cose importanti avendo a disposizione poche ore. Bisogna fidarsi del metodo induttivo, più che di quello deduttivo.
Utilizzando i plastici, gli schizzi, le immagini come materiali conoscitivi, più che come conclusione di un processo progettuale. Bisogna, quindi, imparare ad usare le mani e la testa contemporaneamente. Plastici e note, schizzi e foto, descrizioni modellistiche e appunti strategici.
Bisogna, soprattutto, saper organizzare il proprio tempo e quello degli altri che partecipano al lavoro di gruppo, sviluppando al massimo le sinergie del lavorare assieme.
Bisogna decidere, fin dall’inizio in modo puntuale, le strategie del lavoro, sapendo che saranno possibili molti cambiamenti in corsa, senza perdere la lucidità e visione d’insieme.
Cosa Progettare
Le tre dicotomie luce e ombra, dentro e fuori, liquido e solido, dovranno trovare una loro unità (con plastici, sezioni e schemi planimetrici) in un progetto che ha come luogo Venezia e come sensibilità architettonica il linguaggio contemporaneo.
Una grande responsabilità: tradurre i valori ambientali e storici della città antica in un progetto innovativo e sperimentale.
La nuova entrata d’acqua ai giardini della Biennale, per la mostra di Architettura che si aprirà il 13 settembre, è il tema di progetto che proponiamo.
Si tratta di progettare un manufatto temporaneo in grado di saldare l’acqua del bacino di S. Marco con i giardini alberati, di mettere in relazione l’ombra del giardino antistante con la luce e il riverbero della superficie d’acqua. Un manufatto che deve avere una parte stabile e fissa con reception, area gadget e informazioni, e una parte mobile, che può essere un pontile per l’approdo o una piattaforma che galleggerà sull’acqua. Un manufatto che può ospitare schermi, pellicole trasparenti, policarbonato, proiettori, logo. Quanto altro sia indispensabile per segnalare l’inizio della Biennale. Un manufatto per la Biennale, anche se temporaneo, deve essere in grado di rileggere con un linguaggio contemporaneo e sperimentale le grandi verità contenute nell’architettura veneziana e lagunare.
